Il doppio sguardo di Sophia: le considerazioni di Gabriella Cinti


Leggere il libro “Il doppio sguardo di Sophia” di Carla Stroppa, significa porsi in ascolto degli echi del suo viaggio en Sophia, per seguire in una cerimonia iniziatica del pensiero, la sua autentica catabasi nell’anima realizzata in questa opera. Personalmente, è di conforto innanzi tutto la sua focalizzazione, non banalmente di genere, sul femminile a partire dall’identità animica, anche oltre Jung.
Carla Stroppa individua in modo magistrale quella “tensione all’esserci”, femminile per eccellenza, che tuttavia non solo non è limitativa ma si inarca fino a “raggiungere l’altro da sé”. Altresì, la maternità animica che viene a tracciarsi è qualcosa di molto complesso, come una gestazione del diveniente, se la metafora può intendersi fuori da lambiccature concettuali ma con una connotazione “carnea” di un pensiero, analitico e antropologico, totalizzante, che include a pieno il percorso corporeo dell’esistere.
Colpisce inoltre la modalità del tutto personale con cui sono accolte anche la vita e l’esperienza clinica e poste in raffronto con un profondo substrato concettuale e con la grande rete mitologica in cui Carla Stroppa si muove con una disinvoltura da arcana protagonista, da vera Domina o Potnia animica.
Compare, e in funzione nodale, quella dimensione del doppio, assai ricorrente, chiave di lettura ermeneutica tratta dalla psicologia del profondo ma che connette, al contempo, il pensiero antico dei sapienti alla filosofia contemporanea seguendo una modalità curvilinea in sintonia con la grazia di una scrittura femminile ed elegante, pur nella sua densità concettuale. Tornando al doppio, il fulcro di tale questione, pare proprio risiedere in quella capacità illimitatamente inclusiva che è propria della donna (e vi colgo una forte componente dionisiaca, negli attributi e le valenze anche fortemente “femminili” riferiti a tale dio) e di cui, come appunto riesce a operare Stroppa, occorre portare alla ribalta il lato oscuro, senza tema, squadernando una capacità multinclusiva di capire -e capère- , il profondo e le sue vertigini.
Ed entriamo nel cuore, o meglio nell’anaktoron della Sophia gnostica, nella “sapienza superiore del femminile iniziatico”, quella “funzione trascendente” che non può non essere femminile, e forse si potrebbe chiamare anche “trascendentale”, con Kant, per quella peculiarità fondativa, radicante che è della donna, appunto.
Quanto al “duplice sguardo di Sophia” esso viene illuminato come vera rivelazione, che cioè sia proprio l’Uno a rappresentare “il cuore della metafisica”. Il chiarore diamantino del vero riverbera, fino all’accecamento, in passi come questo:
“Lo spazio intermedio in cui dovrebbe avvenire quella mediazione che rende possibile lo sguardo ricomponente dell’anima Sophia non è praticato se non in momenti straordinari […]”.
Sembra di cogliere in queste parole un autentico viatico “elpisoteriologico”:
“Rimangono tuttavia emblemi della speranza, figure di quell’oltre possibile che si colloca tra il visibile e l’invisibile: figure ideali del Femminile che verrà nell’animo umano a riumanizzarlo e a donargli il doppio sguardo di Sophia che vede i poli opposti dei fenomeni e li sintetizza in nuovi simboli”.
Ecco la Missio, compito supremo dell’Altissima, la capacità fusionale, dionisiaca per eccellenza; forse potremmo spingerci in un alveo ancor più marcatamente femminile, ricordando come questo dono (di una polarità compresente) di Dioniso sia, per via materna, di ascendenza semelica e adombri un sacrificio femminile quasi imprescindibile nelle vicende mitiche e in molte di quelle umane di formazione antropologica ed esistenziale.
E ancora, la Semele che è sullo sfondo di questo discorso, rinvia alla capacità di dominare i “fuochi del mondo di sotto”, quelli della infinita combustione ctonia e animica, persefonica ed ecatica, fuoco di vita, di conoscenza, di pena, di malattia ma anche di rivoluzione e di suprema purificazione.
E giungiamo a quella “responsabilità appassionata” che sembra costituire quella caratteristica femminile (come la Pulcini – citata da Stroppa- ha individuato) che sembra incarnare una “conoscenza complessa, a un tempo rabdomantica e trascendente”, un bell’ossimoro guizzante come un’anguilla metafisica.
Molto felice pare al lettore la definizione “mistica antropologica”, capace di contemplare anche la corporeità (G. Fantato, che parla in realtà come l’autrice – potrebbero essere parole sue-, che infatti guida in quella strada destinica, “la medesima ricerca dell’oltre”, l’“interrogarsi sulla “materia oscura” della vita […] “ e dell’anima).
E poi, la parola, il pensiero, il mito, che tentano la connessione “tra il finito e l’infinito”, il tutto e il nulla, e la saldatura nella “forma” delle dicotomie del reale.
Compare spesso nel libro, il termine “iniziazione” come parte di un percorso concettuale oltre che cerimoniale, in cui l’Autrice sembra volteggiare con naturalezza e trasporto, tra le grande iniziate, dalla grande Iside, fino alle figure che epifanicamente compaiono in quel paragrafo magico: “Miti di iniziazione femminile”. E la lettura diviene un volo intimo insieme a queste regine del sapere, sacerdotesse sapienti e visionarie, lunari e ctonie, supremamente immaginali. La DONNA, capace di realizzare l’”utopia di armonia tra gli opposti” che “irraggia la sua energia trasformatrice”.
Commoventi per chi scrive, le espressioni dedicate a Shahrazade, vera semidea della “parola evocante”, sognante, propria dell’”anima iniziata”, parola in grado di vincere “di mille secoli il silenzio”, di salvare una vita e tutte le vite.
Altresì fascinosa è l’idea neumanniana di quel “Sé femminile” che mirabilmente “coincide con la realizzazione dell’eterno femminino nella coscienza umana”, in tutti i gradi metamorfici che attraversa.
Si ha davvero la sensazione, in corso di lettura di trovarsi di fronte a un’eletta che possa contribuire, in modo emanatistico, alla crescita spirituale del lettore e soprattutto della lettrice, spingendosi verso una “theoria” dell’ESSERE femminile, in senso “thealogico”: “Cogliere i sensi, i sottosensi e i sovrasensi delle cose, i misteri appunto, la realtà molecolare e quella sovraordinata della realtà, è una funzione intuitiva simbolicamente femminile che certo non è aliena dal suo doppio di ombra il cui raggio è direttamente proporzionale a quello della sua luce.”
Quanta appassionata verità, fusione ossimorica non gratuitamente concettuale, ma palpitante di carne d’anima in questo magma incandescente di pensiero!.
E, ancora, si dovrebbero ringraziare quelle parole “necessarie” sull’amore, muoventi dalle acutissime considerazioni su Apuleio, su quell’Amore che è “il magnete attratto dalle sintesi superiori”.
Cogliamo anche questo profondo focus concettuale sull’interpersonalità, nel senso più ampio del termine: “si giunge a conoscenza dell’altro che sta in noi e che, fungendo da catalizzatore del mondo interiore, permette il suo inverarsi nel mondo esterno. Magico, ermetico formarsi ed espandersi dell’identità, il cui intrinseco mistero si dipana al ritmo dell’eterno gioco fra interno ed esterno”.
Gioco sublime e terrifico, con la posta in palio, analogamente alla sfida arcaica dell’enigma, di perdersi o salvarsi del tutto. Forse costituisce uno dei prezzi alti dell’amore: accettare il rischio dello scacco ontologico, se non si attraversa spiralicamente l’altro per riconnettere le identità in quel Sé che congiunge il tutto identitario.
Si accennava sopra a Dioniso, eterno focus della scrivente anche e non solo in chiave labirintica; in questo libro se ne coglie la centralità mitica nella vicenda della Sophia isidea, quel compimento che è frutto di un cruento divenire, di uno sguardo che assurge a pienezza dopo lo strazio dello sparagmos, della simultaneità abbacinante guardare-essere guardati: nucleo oscuramente scintillante di quel mistero iniziatico di cui Dioniso è dio totale…ed ogni donna che aspiri a quella totalità – il “salto ontologico” che il nume ci fa intravedere, dovrebbe dichiararsi sua menade senza esitazione.
Pertanto grazie alle parole di questo libro, loro sì, “ponte verso l’oltre”, pittura noetica di quel simbolo “aperto e plurisignificante, necessariamente contraddittorio e paradossale”, spalancamento verso l’ignoto, -“il perturbante”- in cui prende pieno posto “la mediazione del femminile mistico-poetico”.
Grazie infine quindi a questa scena del mondo, dei mondi e degli abissi, in cui Carla Stroppa ha sirenicamente condotto il lettore: una scintilla di Iside-Sophia si è depositata nel piccolo abisso della scrivente, rischiara l’opacità di troppi sguardi, e chiama ad altra, più prismatica luce.

Gabriella Cinti

ottobre 2016